

Al raduno abbiamo dedicato un momento in ricordo dell’ideatrice del Metodo: ognuno ha potuto condividere un ricordo significativo e esprimere la propria gratitudine…
Abbiamo voluto ricordarla in particolare usando le sue parole, con brani sul significato profondo dell’educazione e dell’educazione linguistica, tratti da Sebastiani M.M. (a cura di), Processi Pedagogici e Sordità. Ipotesi di interventi autenticamente educativi, Aracne, Roma 2014.
Educazione ed esistenza
Se dobbiamo fare un discorso che rappresenti il superamento del dibattito sui metodi, non si può non cominciare la nostra riflessione dalla teoria dell’educazione. In altre parole non si può prescindere dal senso e dal significato dell’atto di educare.
Da tempi immemorabili, la Pedagogia si interroga: che cos’è l’Educazione?
Le Scienze dell’Educazione oggi danno le loro risposte. Ognuna dalla sua prospettiva, ognuna portando il suo contributo, ma tutte insieme, lasciando ad ogni educatore uno spazio di intervento che può trasformare ogni processo educativo in un atto unico e speciale.
Tra le molte, una definizione, che ci sembra dar conto della complessità dell’atto educativo e dalla quale parte appunto tutta la nostra riflessione pedagogica, è: «educazione come esperienza vissuta dell’uomo in quanto cultura»(Erbetta 1998). “Esperienza vissuta, in quanto cultura”, descrive un processo attivo in cui l’uomo, con senso critico, vive la sua esperienza rispetto al suo tempo e alla sua storia. Il senso pedagogico va quindi ricercato nella stessa vita dell’uomo, quando questa vita porta a compimento ciò che siamo. (…)
Solo un’educazione autentica rende l’uomo capace di “guardarsi vivere”, per dare alla propria esistenza la direzionalità che consapevolmente intende percorrere. In un’educazione così concepita si aprono quindi le strade della possibilità, e si chiudono quelle del determinismo tecnicista. L’educare diviene atto interpretativo dell’esistenza.
In questa concezione fenomenologica di educazione, trovano spazio la professionalità dell’educatore e la didattica?
Sì, se sono manifestazione di intenzionalità umana (Bertagna 1999) rivolte al cambiamento (Demetrio 1997) e alla trasformazione (Mezirow 2003).
Come, dove e quando cambiare, naturalmente lo decide il soggetto in educazione. L’educatore attiva “solo” la riflessione, stimola lo sviluppo del senso critico e facilita tali processi di cambiamento.
La pedagogia speciale, in ugual modo, ci guida al rispetto e al riconoscimento dell’individuo come soggetto e non semplicemente come oggetto delle nostre cure.
È un andare oltre l’agire assistenziale.
È entrare in relazione e viverla in modo intenzionale.
È ascoltare ciò che la persona (sorda) ci dice di sé, dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni.
La forza dell’atto dell’educare sta nella sua capacità di attivare trasformazioni all’interno di processi mentali e di rappresentazioni di sé nel mondo, interne all’essere, che attivano cambiamenti nel rispetto di ciò che la persona è e rimarrà: si tratta di una metamorfosi nell’immobilità (Guglielminetti 2002).
In pratica la sua ricerca (…) promuove, per dirla con le parole della Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità dell’onu all’Articolo 24 il «diritto di sviluppare al massimo la personalità, il talento e la creatività [… ] così come le loro attitudini mentali e fisiche». (pp.33-35)Gli educatori non dovrebbero mai dimenticare la loro intenzionalità educativa (…)
L’educatore, in quanto tale, deve essere in grado non solo di proporre possibili scenari di cambiamento e attivare risorse nel bambino, ma anche essere capace di far sì che queste siano trasformate e «rielaborate in nuova energia psichica, pratica, comunicativa […] l’educatore ha il compito di ridare senso e significato a quelle situazioni che senza il suo intervento, itererebbero senza interruzione le loro modalità consuete» (Demetrio 1997 p. 67).
Questo è il lavoro di chi attiva nuove rappresentazioni, nuove teorie di sé nel mondo, proponendo alternative, non scegliendo mai al posto dell’altro. Piuttosto promuovendo e educando il senso critico, affinché l’altro divenga capace di capire e scegliere cosa fare della propria vita. (pp.41-42)Educare alla lettura e alla scrittura
«L’acquisizione di capacità, compresa quella di leggere, perde di valore quando ciò che si è imparato a leggere non aggiunge nulla d’importante alla nostra vita»(Bettelheim 1976 p. 10).
In questa frase vi è l’estrema sintesi del significato che dovrebbe avere per un bambino l’apprendimento dell’abilità di lettura: ciò che apprende attraverso la lettura dovrebbe rappresentare qualcosa di significativo per la sua esistenza.
Visto che abbiamo definito il processo educativo come esperienza vissuta di vita in quanto cultura (Erbetta 1998), leggere dovrebbe essere l’esperienza di vita attraverso la quale l’uomo riflette mentre si guarda vivere, quindi si educa. Di questa esperienza nessun essere umano dovrebbe essere privato.
Molto si è detto e scritto sull’importanza della lettura, tanto che adesso, nello sviluppo del bambino e del ragazzo, essa è un valore ormai ampiamente condiviso (anche se talvolta disatteso). Leggere serve a conoscere, interpretare, comprendere noi stessi e il mondo che ci circonda. Amplia il nostro bagaglio culturale, apre la nostra mente alla complessità, forma il pensiero divergente, ci rende persone migliori e, se sappiamo farne buon uso, ci aiuta ad essere un po’ più felici.
Vargas Llosa, Premio Nobel per la letteratura nel 2010 nel suo discorso per il conferimento del premio disse: «Ho imparato a leggere a cinque anni, [….] È la cosa più importante che mi sia successa nella vita» (Vargas Llosa 2010 p. 10). (pp.115-116)
